Il passato non porta progresso

Ho già parlato della mia personale esperienza con la ricerca storica e dei motivi che mi hanno spinto ad abbandonarla, nonostante i successi conseguiti. Qui vorrei approfondire il mio odierno punto di vista riguardo allo studio della Storia – almeno come viene inteso e condotto attualmente – e alla sua influenza sulla realtà dell’uomo.

Se conoscere più a fondo il nostro passato difficilmente porta un reale progresso e anzi, rischia di ridestare rancori e sentimenti di separazione, che genere di maestra di vita può essere la Storia? Obiettivamente, una cattiva insegnante.

 

Il mondo di oggi ci mostra, nei fatti, che non abbiamo imparato un granché da ciò che è stato prima di noi.

Se osserviamo bene qualsiasi fatto storico, anche molto lontano nel tempo e quindi teoricamente analizzabile con distacco, si presta nel presente a interpretazioni, strumentalizzazioni, manipolazioni e mistificazioni nel nome di un’identità da difendere, di una credenza radicata, di un interesse superiore, di un vantaggio di parte, di un potere da servire, di un privilegio da mantenere, di una tradizione da perpetuare, di una verità da nascondere, di un ego personale da gratificare. Indipendentemente che si sia in buonafede.

 

Siamo sempre di parte

Dove sta la Verità, allora? Si può fare ricerca storica in modo realmente oggettivo? Io non credo.

Basta dare uno sguardo alla società attuale e alle divisioni e le paure che i media, invece di limitarsi a informare, creano e alimentano. Tutto è figlio dei tempi e specchio della coscienza umana, quindi la mia non vuole essere una critica fine a se stessa, solo una semplice constatazione. Tuttavia, perché dovrebbe essere diverso per la “cronaca” di una guerra mondiale, di una rivoluzione, di una crociata, di una colonizzazione, della nascita di un culto religioso, dell’origine della civiltà umana?

E quando avessimo appurato che non possiamo farci nulla, che siamo intrinsecamente di parte anche se valutiamo un fatto minimo e insignificante (era rigore o no?), siamo disposti ad accettarne le conseguenze a cuor leggero? Forse per una partita di calcio… ma per i piccoli e grandi eventi storici che hanno influenza, perché lo permettiamo noi, anche nel presente – di una famiglia o di un popolo intero non fa differenza – dovremmo porci qualche domanda.

 

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Siamo perennemente identificati: in un partito politico, in una fede religiosa, in una corrente intellettuale, in una nazione, in un principio classista, in un’ideologia, in un concetto di razza, in una zona di comfort, in un gruppo qualsiasi.

 

Il passato, il tempo, la mente

Al di là di questa condizione, inevitabile per le masse in una società fondata sulla separazione e sull’appartenenza a “qualcosa”, proviamo a comprendere come funziona davvero l’influenza del passato sulle nostre vite.

L’uomo è identificato, prima ancora che con un riferimento esterno che gli fornisce potere e senso di esistere, con la propria mente. È da essa, in realtà, che si originano ruoli, maschere, strutture, sistemi di credenze e, soprattutto, il concetto di tempo.

La mente non concepisce il presente, il “qui e ora”, ma solo il passato e il futuro, tra i quali continua a oscillare in preda a rimuginii e preoccupazioni; altrimenti non esisterebbe nemmeno, se non come semplice strumento anziché guida e autorità, come pretende di essere e come le permettiamo di fare.

 

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Il passato è la chiave: la mente esplora, analizza, elabora e decide in base ai dati disponibili su ciò che è già accaduto. L’esperienza e i modelli remoti creano dunque un futuro che non è per nulla nuovo, anzi: è la solita, vecchia storia che si ripete.

 

E se la Storia si ripresenta tale e quale nel corso dei secoli (“corsi e ricorsi storici”), pur in ambienti e contesti mutati, quanto è utile studiarla? Le conoscenze scientifiche si ampliano sempre più, la tecnologia conosce un progresso inarrestabile, ma i nostri modelli comportamentali quanto si sono evoluti dai nostri progenitori che abitavano nelle caverne?

 

Continua…