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  PUBBLICATO UN NUOVO LIBRO SU "MADRE MORETTA"


Pubblicato sul mensile "Schio" del giugno 2010

IL DIARIO DI BAKHITA
Pubblicato dalle Edizioni Paoline il diario di Santa Giuseppina Bakhita, curato da due Suore delle Canossiane di Schio.

Aveva più o meno sette anni quando venne sottratta alla sua famiglia ad Olgossa, nel cuore del Darfur (Sudan), dove era nata nel 1869. I negrieri arabi che la rapirono e la ridussero in schiavitù la vendettero subito dopo al primo dei suoi quattro padroni, presso i quali conobbe una serie infinita di umiliazioni e violenze che la portarono più volte vicino alla morte. Ma il destino aveva scelto per lei diversamente: santa Giuseppina Bakhita si spense nell’Istituto canossiano di Schio molto tempo dopo, l’8 febbraio 1947, dopo una vita all’insegna dell’umiltà ma costellata di notevoli vicissitudini ed eventi straordinari. Al punto che anche la televisione se ne è accorta, mandando in onda lo scorso anno una miniserie in due puntate prodotta dalla Rai e da Titania dedicata alla sua storia, culminata con la beatificazione del 1992 e la proclamazione a santa nel 2000.
Non a caso è stata scritta dalla scrittrice e soggettista Alessandra Caneva - che quella fiction l’ha curata editorialmente - la prefazione al recentissimo volume su "madre Moretta" pubblicato dalle edizioni San Paolo, intitolato semplicemente "Il diario" e curato da Pia Deromedi e Maria Teresa Stefini, canossiane in città. Ed è proprio il diario, ovvero le "Memorie di suor Giuseppina Bakhita africana da lei dettate ad una Sorella della casa di Schio" (madre Teresa Fabris, nel 1910), a raccontare del dramma vissuto dalla giovane sudanese dal rapimento del 1876 fino all’8 dicembre 1896, giorno in cui al termine del noviziato di tre anni entrò ufficialmente nella comunità canossiana pronunciando i voti.
Commuove, il resoconto di Bakhita, per le sofferenze che provò da bambina, sottratta agli affetti famigliari, per la delusione di una fuga finita male, per le privazioni cui fu costretta presso i vari padroni che in quegli anni l’acquistarono. Tremende erano le punizioni corporali cui gli schiavi dovevano sottostare, tra percosse, scudisciate e "tatuaggi" (la pratica di segnarne la pelle tramite numerosissime incisioni che venivano strofinate col sale). Ma non si trova traccia di risentimento o desiderio di vendetta, nelle sue parole, e forse questo colpisce ancora di più il lettore.
Poi, comunque, la svolta: nel 1882 Bakhita viene comprata dall’agente consolare italiano Calisto Legnani, che la tratta decisamente meglio dei suoi predecessori, e tre anni dopo giunge in Italia, donata ai coniugi Micheli di Mirano. Quando però questi si trasferiscono per affari in Africa, lei - temporaneamente alloggiata al Catecumenato delle suore canossiane a Venezia - vuole rimanere e seguire la vocazione che ormai sente ineludibile dentro di sé. Interviene perfino il patriarca Domenico Agostini a decretarne la definitiva libertà legale, suggello di una nuova esistenza.
Il diario non si sofferma sulla successiva lunga parentesi della vita di Bakhita, trascorsa a Schio dal 1902 al 1947 (tranne una breve permanenza al Noviziato missionario canossiano di Vimercate, nel Milanese, tra il 1937 ed il 1939). La seconda parte del libro, però, raccoglie e commenta una serie di suoi pensieri, riflessioni, esternazioni, aneddoti di quel periodo, dai quali emergono la profonda fede nel Signore (il "Paron") e nella preghiera, la sincera modestia e l’altruismo che ne caratterizzavano ogni gesto, la capacità di sopportazione del dolore nella malattia ma anche le battute di spirito, il dono della profezia più volte manifestato.
Ma, soprattutto, ci resta l’esempio della sua immensa capacità di perdonare e di insegnare il perdono, messaggio universale di amore e pace valido allora - quando durante gli allarmi aerei, nella seconda guerra mondiale, rassicurava le angosciate sorelle sul fatto che le case di Schio sarebbero state risparmiate dai bombardamenti - come oggi.


27 luglio 2010 @ 11:50:17

 
 
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