I racconti: “Storie di eterni ritorni”

C’è qualcosa che si ripresenta puntualmente nelle nostre esistenze, eppure raramente ce ne rendiamo conto. Legami speciali che paiono trascendere i confini di spazio e di tempo, incontri travestiti da incredibili coincidenze, commiati che crediamo siano addii invece che semplici arrivederci.

Niente sembra durare per sempre, ma se proviamo a gettare lo sguardo un po’ più in là, ecco che il senso dell’eterno torna a sfiorarci. Anche fra i tavolini di un bistrot o sulla panchina di un parco, come in una camera d’albergo o a bordo di un treno al suo ultimo viaggio. E quando riusciamo a scostare il velo dell’apparenza, riscopriamo verità che ci appartengono da sempre.

L’amore, la paura, la vita, la morte… sono facce diverse della stessa medaglia. Tutto è dentro di noi, ma non lo sappiamo. Finché non ritorna…

Ho scelto queste parole – o meglio, sono scaturite da sole in un momento d’ispirazione – per descrivere il senso di un’opera nata quasi per caso, più contenuta nelle dimensioni e ambizioni rispetto ai testi che avevo già scritto, ma alla quale tengo in maniera particolare. Come a un figlio per il quale si ha un debole, pur amandolo non diversamente rispetto agli altri.

La “colpa” fu di un piccolo concorso letterario: per la prima volta nella mia vita – se si escludono i tentativi giovanili – avevo fra le mani un racconto. Non ero abituato a cimentarmi sulle corte distanze e non credevo nemmeno fosse nelle mie corde, dopo mezza vita passata a scrivere saggi e i romanzi, ma l’esperienza era stata gratificante e mi convinse a ripetermi. E così, in poco più di un anno, i racconti erano saliti di numero: sette (a L’ultima sigaretta si erano aggiunti Aurore torna a casa, L’amore imperfetto del signor N., Pranzo di nozze, Caffè Limbo, Liebe, Ombre). Non tantissimi, ma abbastanza da metterli assieme e farne una breve raccolta nella quale mi ritrovavo a esplorare terreni letterari più intimi rispetto al solito, dal taglio esistenzialista, in cui le vicende esterne apparivano secondarie rispetto al mondo interiore dei personaggi.

Mi ero reso conto, infatti, del filo conduttore che legava tra loro quelle storie. Non studiato, non pensato a tavolino, ma frutto spontaneo delle mie riflessioni e stati d’animo di quel periodo. D’altronde ogni scrittore scrive “di sé”, più o meno velatamente, nelle sue opere, specie quando abbandona i territori più impersonali della narrativa di genere (anche se in un paio dei sette racconti riecheggia ancora qualche nota tra il giallo e il noir, funzionale a creare un contesto ben preciso).

Di cosa parlano, quindi, i miei “eterni ritorni”?

C’è l’uomo e ci sono le sue paure, quella di morire ma anche di amare, di andare oltre il tessuto grezzo della vita per ricamare trame inconsuete; quel timore innato di oltrepassare i confini del conosciuto e di osare oltre l’immaginabile. Ma senza perdere il contatto con la realtà immanente, dove coabitano le ombre e le miserie dell’animo umano con gli slanci più autentici del cuore, la nostra intelligenza emozionale.

Si narra di incontri e di attese, di fughe e ritorni, di esistenze destinate a incrociarsi e di sincronicità, di legami speciali e dei giochi di un destino oggi benevolo e domani capriccioso, ma sempre rispondente, in definitiva, alla trama del nostro “libro personale”: sette brevi storie accomunate dalla ricerca di un senso più elevato delle cose, dentro le cose stesse. Per poi scoprire, nascosti proprio nella densità dell’esperienza quotidiana, passaggi inaspettati che allargano la visione a piani diversi dell’esistenza.

Possiamo tornare e ritornare fin che vogliamo, ma siamo e sempre saremo.