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Ho sognato una volta di essere una formica e di sentirmi stanco di quella vita da insetto, laborioso ma perennemente intruppato. Ero stufo della solita routine, frustrato per i giorni sempre uguali, irritato dalla mancanza di prospettive. Ce l’avevo col mio formicaio, che sentivo come una prigione, e volevo uscire dal sistema. Volevo essere libero.

Il mio formicaio non era normale, anzi. Era immenso, di forma ovoidale, quasi più somigliante a un favo d’api metallico e pieno di plastiche, diviso in settori e livelli collegati tra loro da ascensori modernissimi. Tutto era tecnologico, ordinato, gerarchizzato. E brulicava di formiche. Ovunque formiche al lavoro, impegnate a fare qualcosa.

Anch’io, come ho detto, nel sogno ero una formica. E si vede che le mie segrete rimostranze, in qualche modo, erano conosciute ai piani alti, perché un bel giorno… una chiamata mi sorprende e mi intimorisce.

Mi devo presentare in cima, all’ultimo piano, la convocazione è immediata. Salgo su un ascensore velocissimo e mi ritrovo al vertice del formicaio, una sorta di piano esterno: tutt’attorno è buio, immerso nel silenzio totale, sembra di essere sospesi nel vuoto.

La mia aspettativa di incontrare qualcuno viene rapidamente delusa. Non c’è nessun capo, nessun principale. Niente. Non è possibile! Poi mi rendo conto, con stupore, che il sistema si comanda da solo, possiede una sorta di “intelligenza” immanente che gli consente di autogovernarsi. Anche coloro che rivestono ruoli di responsabilità all’interno sono formiche come le altre, solo con funzioni diverse: semplicemente eseguono il loro compito.

Da un tubo che prima non avevo notato, a questo punto, esce una lettera. È una sorta di tablet flessibile, in realtà. Sullo schermo visualizzo il messaggio, non ho dubbi che sia indirizzato a me.

«Sei licenziato

La comunicazione è perentoria. Beh, mi sento sollevato.

«Ora puoi andare: vai e dimostra quello che sai fare; metti a frutto le tue capacità, ciò che hai imparato, senza costrizioni.»

Perfetto. È ciò che desideravo.

Quello che mi sembrava il vuoto si trasforma all’improvviso in acqua e io divento un pesce che nuota nell’oceano. Mi sento libero di esplorare, felice e pieno di entusiasmo. Per un po’, almeno…

Ogni tanto incontro qualche altro pesce che come me vaga senza meta, lo sguardo perso. Non ho il coraggio di fermarlo. Ma non mi arrendo, nuoto ancora, ci deve essere qualcosa da fare per vivere la mia libertà, o un posto dove andare.

Forse l’ho trovato. Ho raggiunto il confine, dove l’oceano finisce. Oltre la superficie intravedo bagliori di luce, percepisco l’aria, ma non riesco a oltrepassare quel limite, neppure per qualche istante. Sono costretto a restare sotto. Fuori, non r-esisterei.

Sconcertato e deluso, mi rituffo nelle profondità dell’oceano, fino a ritrovare il formicaio da dove ero partito. È sempre al suo posto e al suo interno la vita continua come prima, meccanica e alienante. Ma allora? Torno in superficie, anche lì nulla è cambiato. Non sono in grado di superare quel confine, per quanto la luce mi attiri.

Nel mio stato di formica/pesce, mi arriva ora una comprensione: è mia la decisione se tornare laggiù, mescolato con la massa, o nuotare da solo nelle periferie dell’oceano, ma la possibilità di scelta è solo un’illusione. Nulla cambierebbe, in sostanza.

Ho capito, credo: non posso uscire dal sistema. Anche se mi allontano e me ne isolo, e mi convinco di essere libero, ne faccio sempre parte. Non c’è nulla al di fuori del sistema. Tutto è sistema, finché ne costituisco una parte integrante. Finché esisto in questa forma.

La nuova consapevolezza dissolve lo scenario, che si tramuta in un immenso programma informatico fatto di codici e stringhe; io stesso sono una parte del programma, sono una serie di dati. Tutto ciò che mi accade e che vivo, ogni situazione, ogni stato d’animo, che sia di gioia o di sofferenza, è fatto di informazioni immesse nel sistema e processate. Che servono a far risvegliare la coscienza.

Mi chiedo chi le inserisca. Chi ce li ha messi quei dati? Risalgo alla Fonte attraverso percorsi interiori che non credevo di conoscere e… ce li ho messi io? Davvero l’ho fatto? Sono Io a fare tutto?

La Coscienza dell’Uno mi pervade. Il programmatore sono io, ma sono anche il programma. E sono sempre io le singole parti del programma che hanno l’illusoria coscienza di essere un’identità separata. È sorprendente, illuminante, rassicurante. Perfino ovvio.

Torno per un attimo al disagio iniziale e immagino di poterlo risolvere correggendo il programma, riscrivendolo. Ma non è così che funziona, non si può fare. Non è previsto che ci siano modifiche né riscritture alla fonte, perché è così che deve essere…

Però sono ammessi, anzi incoraggiati, piccoli cambiamenti dall’interno, dalle singole “cellule” dell’organismo. Il sistema deve imparare ad autosostenersi e autoregolarsi, affinché l’esperimento svolga la sua funzione. Affinché il sogno continui a esistere e si sviluppi.

Ho sognato… ma era così reale.