Siamo programmati per dormire

Suona la sveglia, ci alziamo, facciamo colazione, andiamo a lavorare, pranziamo, navighiamo un po’ tra i social, torniamo a lavorare, rientriamo a casa, ceniamo, passiamo del tempo con la famiglia, guardiamo la tv, ci rimettiamo a letto. Il giorno dopo lo schema si ripete, con qualche variante: palestra, uscita con gli amici, mezzora di sesso. Nel fine settimana la partita o il centro commerciale, un cinema o una pizza. Poi si ricomincia, facendo i conti con mutui, affitti, rate, bollette e mettendo da parte i soldi per le agognate ferie, che senza quelle non vale la pena sgobbare tutto l’anno.

Nel frattempo si dispiegano inesorabili i programmi a medio-lungo termine, come la scaletta di un copione con un ordine e tempi precisi da rispettare: prima la scuola e poi in età adulta matrimoni o convivenze, figli, separazioni e altri partner, avanzamenti di carriera, le tasse da pagare, una fede religiosa o un partito politico da seguire, il cambio dell’auto o la nuova casa. Un segno di spunta e via, verso la prossima tappa. Fino all’inevitabile decadenza del corpo.

Questa, in sintesi, è la vita dell’occidentale medio. E non c’è niente di sbagliato, intendiamoci. Anche perché fanno tutti così. O no? Si può addirittura essere felici, a volte. È un’esistenza non sempre facile, d’accordo, ma perfetta… se ci basta e se ci piace essere addormentati.

 

State decidendo davvero?

Perché la stragrande maggioranza degli esseri umani lo è. Solo che non lo sa.

Credono di svegliarsi ogni mattina al suono della sveglia, e invece sospendono temporaneamente il sonno biologico del “veicolo” che a loro insaputa abitano e con il quale si sono identificati. E allora fanno ciò per cui sono stati costruiti e istruiti, eseguendo programmi e applicando idee mentali che nel profondo non gli appartengono, inseguendo desideri in preda a mutevoli emozioni e cercando di soddisfare bisogni che perlopiù ignorano.

Una vita da addormentati in piedi, da sonnambuli, fino al giorno in cui, forse, un barlume di coscienza riesce a insinuarsi. Non è necessario che sia una chiara consapevolezza, anzi: il più delle volte si presenta come un disagio impalpabile, un dubbio sottile, la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato, da qualche parte.

 

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Come si potrebbe dire a qualcuno, immerso profondamente nel sonno, che sta dormendo? È impossibile, solo quando si sarà svegliato si riuscirà a comunicare con lui. Ma a quel punto diventerà superfluo.

 

 

Riguarda tutti? Sì, anche voi. Ma sino a quel momento, che potrebbe arrivare a vent’anni o a sessanta o anche mai, tutto vi sembrerà normale. Non vi porrete il minimo dubbio, nonostante difficoltà e sofferenze, sulla possibilità che esista un modo diverso di essere qui.

Niente e nessuno potrà convincervi che non state vivendo, ma sopravvivendo in automatico senza la facoltà di decidere né scegliere alcunché, se non ve ne accorgerete da soli. Anzi, potreste legittimamente indispettirvi di fronte alla sola supposizione altrui.

 

Continua…